Al Verdi un “Barbiere di Siviglia” nel segno della tradizione

barbiere di Siviglia

Se l’allestimento al Teatro Verdi del Flauto Magico con il suo tentativo forzato di rinnovamento ha suscitato più di qualche dissenso nel pubblico triestino, possiamo credere invece che questo Barbiere di Siviglia con una messa in scena di stampo tradizionale sia riuscito ad accontentare le esigenze degli spettatori più conservatori.

Quella proposta dal regista Giulio Ciabatti è una versione dell’opera che nel rispetto del libretto di Sterbini e della musica di Rossini trova espressione della propria comicità nello sviluppo della vicenda e nel ritmo suggerito dalle scene. Ciabatti gioca con gli sguardi, con la gestualità, con le vocine e gli sfottò. Una comicità tradizionale, priva di sorpresa e un po’ datata ma che funziona sempre soprattutto per il fatto di poter contare sulla vivacità delle note di Rossini che già da sole bastano a infondere ilarità nello spettatore.

barbiere di SivigliaLa scenografia, opera di Aurelio Barbato, offre al pubblico una ambientazione fissa composta da tre livelli che rimane immutata per tutto lo svolgimento dello spettacolo dal primo al secondo atto, mentre i costumi collocano temporalmente i fatti ai tempi della commedia di Beaumarchais.

Tra i protagonisti la giapponese Aya Wakizono tratteggia deliziosamente una incantevole Rosina, dimostrando soprattutto di possedere straordinarie capacità tecniche e vocali, indispensabili per rendere la complessità virtuosistica delle note di Rossini.

Il resto del cast non impressiona sicuramente per doti attoriali ma tuttavia fornisce una buona prova canora. Un apprezzamento speciale va invece all’interpretazione di Hektor Leka nel ruolo dell’ufficiale, e di Maria Cioppi nel ruolo di Berta; personaggi che se pur minori vengono messi in scena in modo eccezionalmente spiritoso.

Un plauso alla bacchetta del direttore Francesco Quattrocchi, classe 1983, capace di riscuotere consenso nel pubblico triestino che nel finale applaude gli interpreti con intensità crescente secondo l’importanza del ruolo in scena.

D.T.

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