“Chiuso per guerra. Riapertura dopo la vittoriosa pace” e la storia che non ti aspetti

Un vero e proprio tuffo nella storia della Grande Guerra. Senza filtri olografici e annessi romantici dei tempi che furono. Ieri al Circolo Ufficiali di Trieste – grazie all’Ispettore regionale dell’Associazione Nazionale dei Carabinieri per il FVG e al comandante provinciale dei Carabinieri di Trieste – si è assistito alla lezione di storia che non t’aspetti: quella che te la fa amare, la storia. Quella del particolare che ti apre un mondo. Quella che vorresti sempre ascoltare e che i tuoi figli vorresti che ascoltassero tra i banchi di scuola. La storia dei “… ah, però… non l’avrei mai detto…”. La storia di quel Antonio Bergamas, a cui è intitolato uno degli istituti scolasti della nostra città, la cui mamma fu chiamata a scegliere, passando tra undici bare, quel soldato ignoto che avrebbe riposato per sempre nell’allora costruendo altare della patria. E la domanda viene spontanea: ma i ragazzi che frequentano la scuola ne sanno qualcosa?

Michele D’Andrea con il suo “Chiuso per guerra. Riapertura dopo la vittoriosa pace” racconta la storia in maniera semplice e intrigante e lo fa con l’ausilio di musiche, filmati e foto che – purtroppo – non ci appartengono. Non appartengono all’immaginario collettivo perché spesso fuori dai cliché. E la storia che umanizza degli eroi che prima di tutto erano uomini, ragazzi e anziani. Uomini, spesso braccianti del sud strappati dalla loro terra, che cantavano canzoni popolari nel loro dialetto, o alla meglio canzoncine – spesso volgarotte – che erano in voga in quel momento. Ma che umanizzano il contesto e lo strappano alla sacralità esacerbata della propaganda. Senza per questo sminuirne la dignità, proprio perché uomini chiamati al loro dovere e spessissimo all’estremo sacrificio.

d'andreaD’Andrea sciorina i numeri delle vittime dell’”inutile strage” ma lo fa analizzandone le cause, criticandone lo scopo – la conquista di pochi metri. Il Nostro parla, a Trieste, del Carso, ricordandoci che quell’anfiteatro che circonda Trieste e che nelle belle giornate primaverili allieta il triestino con i suoi sentieri e le sue bellezze naturali, tra il 1915 e il 1918 era la rappresentazione in terra dell’inferno stesso per il resto degli italiani. Pietra, fango, terra. Ma niente acqua. D’altro canto quanti sono i nostri connazionali che hanno letto “Il mio Carso” di Scipio Slataper? Quanti sono quelli che conoscono il significato toponomastico di Redipuglia? (qui un nostro articolo a firma Giorgio Stern che approfondisce)

L’auspicio è che questo tipo di storia narrata entri al più presto nelle scuole come metodologia d’insegnamento affinché i ragazzi si “innamorino” del passato per capire il presente e costruire il futuro. Concludo con una curiosità: “Chiuso per guerra. Riapertura dopo la vittoriosa pace” era il testo di alcuni cartelli apparsi soprattutto in Veneto affissi alle porte di alcuni negozi, nella convinzione che il conflitto sarebbe durato poco. Invece ci vollero più di tre anni per sedere nel salottino – alquanto misero – di villa Giusti e firmare l’armistizio con l’imploso impero austro-ungarico.

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