Evviva! Evviva! La Serracchiani ha scoperto l’acqua calda

In data 2 luglio sia il locale quotidiano sia il Corriere della Sera hanno pubblicato il contenuto di una lettera che la governatrice del Friuli Venezia Giulia ha inviato al Presidente del Consiglio Matteo Renzi, al ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan e al ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda. Nella lettera, che ha il crisma dell’ufficialità, data l’autorevolezza dei destinatari e la diffusione a mezzo stampa, la Serracchiani, manifesta la convinzione che l’uscita della Gran Bretagna dalla unione europea possa tradursi in una rilevante convenienza per il nostro paese con l’istituzione di nuove “no tax area” per attrarre le imprese in cerca di nuova collocazione.

A tal fine la governatrice segnala ai destinatari della lettera che Trieste è già sede di un porto franco che “rappresenta un autentico unicum nell’ordinamento giuridico italiano e comunitario” e continua “si tratta, in concreto, di uno strumento caratterizzato, essenzialmente, da due regimi: la massima libertà di accesso e transito e l’extradoganalità E prosegue: “un’altra peculiarità è che attività quali la manipolazione e la trasformazione anche di carattere industriale delle merci avvengono in completa libertà da ogni vincolo doganale”. E l’amabile governatrice si prodiga nel prospettare altri vantaggi connessi al regime di porto franco compreso il cosiddetto “credito doganale” con la dilazione di sei mesi nel pagamento dei dazi e imposte. 

La lettura del contenuto della lettera in questione genera la penosa impressione che la scrivente abbia una fresca conoscenza del regime speciale connesso al porto franco e lo trasmetta con l’entusiasmo del neofita a degli interlocutori che non ne sanno nulla, colpevolmente, data l’elevatezza delle loro cariche istituzionali.

Non poteva mancare nella trattazione della lettera in questione la sdemanializzazione del Porto Franco Vecchio, (avvenuta in violazione della Costituzione), giustificata, sempre a detta della Serracchiani, anche dalla impossibilità di ospitare nella sede originaria le auspicabili attività industriali. Così come in Porto Vecchio la navigazione non è possibile per la scarsa profondità del bacino (Serracchiani dixit). Quanto alla impossibilità di situare imprese manifatturiere in Porto Vecchio, qualcuno dei suggeritori presso la sede regionale, dovrebbe ricordare alla governatrice che nel secolo scorso sino agli anni sessanta in Porto vecchio era attivo un calzaturificio che esportava tutta la produzione negli Stati Uniti, fondato da un americano, e che occupava più di mille operai, ed era l’ impresa triestina seconda dopo il cantiere San Marco per numero di addetti. Con l’occasione appare opportuno suggerire alla governatrice di approfondire il regime giuridico delle nuove aree franche sostitutive del Porto Franco Vecchio, prima di pubblicizzarle come “un habitat fiscale e doganale assolutamente unico nel panorama europeo”.

Un’ultima osservazione: preso atto della sua convinzione sull’attrattività delle zone franche triestine: quali iniziative sono state attuate dalla regione da lei amministrata, ben prima della Brexit, per stimolare l’insediamento di attività produttive a beneficio della città di Trieste? Si conoscono i suoi viaggi promozionali negli Stati Uniti, in Iran ed altrove, ma non si ha ricordo di iniziative promozionali presso le associazioni industriali della Lombardia, del Veneto e altre al fine di attrarre delocalizzazioni, punti manifatturieri volti all’esportazione, attività commerciali ecc. con la fruibilità dei vantaggi dati dall’extraterritorialità da lei così ben descritti nella lettera diretta al Primo Ministro. Ora che, finalmente, è padrona della materia, non resta che attendersi un incisivo rilancio delle attività nelle zone franche a beneficio della città di Trieste.

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Esperto di economia e politiche bancarie

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