Amministrative a Trieste, un’analisi superficiale de Il Fatto Quotidiano

panorama TS

di Luigi Putignano

@luigiputignano

Per le amministrative di Trieste, in data 21 febbraio 2016, il Fatto Quotidiano ha inviato in città il giornalista di origine carnica Gianni Barbacetto, al fine di realizzare un approfondimento, a corredo del viaggio elettorale portato avanti dal quotidiano. Innanzitutto voglio dire che leggo con piacere il quotidiano diretto da Travaglio, voce libera e sfrontata, fuori dal coro esanime del sempre più prono panorama giornalistico italiano, ma tante inesattezze e imprecisioni così grossolane non me le sarei mai aspettate.

Ma partiamo dalle prime colonne. Dopo le solite frasi fatte sulla ‘vecchia signora in declino’, sulla ‘piccola Vienna sul mare’, sui ‘morbidi caffè’, e altre amenità, l’inviato si affida a non meglio precisati analisti, pronti a giurare che il declino non c’è più. Puff… Ma come è avvenuto? Ma grazie alle bordate di crocieristi che invadono le Rive della città di Svevo e Joyce (mi permetto anche io qualche amenità…). A parte il fatto che io, a differenza del Barbacetto, ci vivo in questa città e, francamente, devo dire che invasioni di crocieristi negli ultimi anni non se ne sono viste proprio – e quando ci sono state è perché ‘mamma nebbia’ ha fatto virare i bestioni del mare da Venezia al molo Bersaglieri. Barbacetto saprà sicuramente che Trieste non è porto di toccata ma home port di Costa e che i crocieristi (poco più di 70 mila nel 2013 e poco più di 44 mila nel 2014, che ponevano lo scalo triestino al 15° posto in Italia), arrivati in piazza della Libertà vengono rapidamente dirottati verso la nave ancorata, e sono davvero pochi quelli in giro per la città. E spesso sono quelli che i tour operator sloveni non sono riusciti a caricare sui propri combi per una gita a Postumia o a Lipizza e finanche a Lubiana. Basterebbe leggersi un po’ di dati (facilmente rintracciabili su internet) per avere le cifre reali di questa ‘invasione’. E non perché Trieste non abbia le potenzialità per diventare un vero hub crocieristico, ma semplicemente perché ha la sventura di avere a un tiro di schioppo la vorace Venezia che, nonostante abbia i suoi grossi problemi (vedi, per ultimo, i problemi di staticità del ponte del Rialto), fagocita e rastrella egoisticamente tutto.

Ma proseguiamo nella lettura. Il porto di Trieste, primo d’Italia e decimo d’Europa per traffico merci, “anche grazie al petrolio“. Anche grazie al petrolio? Ma come, se lo sanno tutti che l’oro nero pesa in maniera arcipreponderante, più del 75 per cento del tonnellaggio totale, il quale, scaricato al terminale della Siot, viene ‘pompato’ in Europa centrale, lasciando alla città un misero guadagno, un indotto molto modesto, anche in termini di occupazione, e facendoci diventare obiettivo del terrorismo internazionale, cosa non remota in quanto già accaduta negli anni ’70.

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Ma la chicca, la perla, ed era immaginabile, arriva quando affronta, anzi quando non affronta, la questione Porto Vecchio. Il giornalista de Il Fatto parla, senza cognizione storica, di un ritorno nelle disponibilità comunali dell’area. Ed ecco che ancora una volta si cade nella disinformazione – anche in buona fede – e nella stortura della realtà storica: l’area del porto vecchio, prima della sua costituzione, non esisteva geograficamente, dato che gli austriaci avevano fatto brillare con esplosivi porzioni di costiera soprastante, facendoli precipitare a valle al fine di creare un enorme terrapieno su cui concentrare l’attività portuale dell’allora porto imperiale, ben presto insufficiente alla bisogna.

prima della nascita del terrapieno ...
prima della nascita del terrapieno …

 

... e dopo
… e dopo

Quindi Porto vecchio non è mai stato parte della città, come tanti si ostinano ad affermare. Tra l’altro non menziona minimamente il fatto che l’area in questione è tutelata da trattati internazionali che sono stati sistematicamente e vergognosamente oltraggiati da una mediocre politica nostrana che non ha saputo o voluto approfittare di questa grande possibilità, presumibilmente per l’incertezza giuridica del territorio e per la sua perifericità.

Il Nostro, in più, da spazio all’ex presidente dell’Autorità portuale triestina, Claudio Boniciolli, definito dallo stesso Barbacetto “gran conoscitore della storia di Trieste“, il quale parla di alleanze tra Capodistria e Fiume in funzione di un bacino d’utenza unico; al quale, però, colpevolmente, il giornalista non ha chiesto i motivi per cui con lui, negli anni della sua presidenza, lo scalo triestino non abbia, per usare un eufemismo, brillato, tenuto conto che, e le statistiche non mentono, l’era Boniciolli è stato contraddistinta da un grave stallo dei traffici.

Concludiamo in bellezza, con la città metropolitana che, a detta di Barbacetto, solleticherebbe il ‘triestinismo’ latente (potremmo contattare anche noi l’Accademia della Crusca per sapere se il neologismo barbacettense può avere la stessa originalità di ‘petaloso’), ente, a suo avviso, di scarsa efficacia tenuto conto che Trieste ha ‘solo’ 200 mila abitanti, con una provincia inesistente di soli 30 mila abitanti, e che sfascerebbe il fragile equilibrio che la lega a Udine… Qualcuno può riferire al signor Barbacetto che quando si parla di Città Metropolitana di Trieste non ci si riferisce alla sola provincia ma a un territorio più vasto e omogeneo che andrebbe a comprendere anche Monfalcone, Ronchi, Staranzano, realtà strettamente connesse alla città, (cantieri navali di Monfalcone, aeroporto di Ronchi, internazionalmente conosciuto come aeroporto di Trieste, come Malpensa, in provincia di Varese, è l’aeroporto intercontinentale di Milano)? E non ci si venga a parlare di attacco alla specialità regionale, per vari motivi: primo, la stessa specialità non ha più ragione di esistere (come ebbe ad affermare un po’ di tempo fa il governatore toscano Rossi), ‘risoltasi’ la questione giuliana; secondo, non sono regioni a statuto speciale anche le due isole maggiori, all’interno delle quali esistono o sono previste città metropolitane, quali Cagliari, Messina, Palermo e Catania?

Trieste per la sua storia, per il suo essere vera città europea, meritava un approfondimento più dettagliato e attento di quello che in ben due pagine è stato offerto agli affezionati lettori de Il Fatto Quotidiano. E, stavolta sfortunatamente, sono tanti.

2 Commenti su Amministrative a Trieste, un’analisi superficiale de Il Fatto Quotidiano

  1. Triestinismo (o tergestismo), pantriestinismo (o pantergestismo)…il senso è quello: la fame di Trieste per rifarsi un territorio dopo avere perso quello suo “naturale” dopo la fine della II guerra mondiale.
    E così ci si espande verso Gorizia e la Provincia, a cominciare da Monfalcone. A volte pure con l’appoggio della Regione (vedi la fusione tra le Camere di Commercio e l’aiuto della Serracchiani per la questione dei porti).
    Se ne sono accorti persino quelli del Fatto Quotidiano? Suvvia, non è cosa proprio microscopica da non vedersi.
    Così anche questa storia della rivendicazione della Città metropolitana, che nessuno sa bene cosa sia e neppure qui viene mai spiegato, viene vista semplicemente nell’ottica del “Trieste diventa più grande” e “se siamo città metropolitana, arrivano soldi pubblici dall’UE”.
    Tutto tipicamente triestino. Un triestinismo appunto.

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